Dracones: Sfida di scrittura
Qui abbiamo raccolto tutti i racconti elaborati durante il ballo dell’Ultima Neve.
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Riflesso - Ariadne Taylor
In una biblioteca distrutta, un metafora si trova bloccato in una forma indesiderata.
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Cenere, pagine volanti, scaffali rovesciati, aveva fatto terra bruciata attorno a sé e ora non sapeva come uscirne. Intravide il riflesso in una delle vetrate che avevano resistito allo scontro con i mostri che lei stessa aveva creato. Non era abituata a quei capelli dorati, a quella figura minuta e la pelle rosea, così diversi dal suo aspetto originale, che ormai sbiadiva sempre più nei ricordi. E la cosa che odiava di più era che per qualche ragione, non riusciva più a liberarsi di quelle sembianze. Non dopo ciò che aveva fatto. Avrebbe dovuto essere contenta: si era presa tutto da quella ragazza: il suo aspetto, i frutti di anni e anni di studio – ora andati in fumo – e persino lui, che era caduto così facilmente nella sua rete. Pensava che sedurre William l’avrebbe fatta crollare definitivamente e aperto a lei la porta del vantaggio sul gruppo che da tempo cercava di distruggere il mondo come lo conosceva. Eppure, adesso, ci era incastrata.
Costretta a fingere finché non fosse arrivata a una soluzione, finché non avesse ricostruito i passi fra le pagine che lei stessa aveva bruciato. “Come ci si sente a stare dall’altra parte?” una voce la fece sussultare. “William?” chiese titubante. “Credevi che non avremmo capito il tuo gioco? Credi che non toccandoti non avrei capito che eri lei?” Cercò di rimanere serio. “Non capisco di cosa parli”. “Non fingere. Dicci dove la tieni nascosta”. Lei si lasciò sfuggire una risatina amara. “Credi che la stia nascondendo io? È lei che si nasconde, non vuole più saperne niente delle vostre storie”. “E tu che mi dici, invece? Quando la smetterai di immischiarti?”. Lui non capiva. Non capiva che lei non aveva scelta, che era bloccata lì, in quella biblioteca in cenere, incapace di ritornare a essere chi era, che non voleva sapere nulla di loro, che voleva che la smettessero di zittirla. “Quando ti guardi allo spacchio, tu chi vedi, William?”. Il ragazzo tacque, non capeva cosa dire, In fondo, lui era stato sempre se stesso. lei, invece, non poteva che rimanere multiforme, tutti e nessuno allo stesso tempo, controllando le menti dell’umanità dall’alba dei tempo, perché lei era questa, non poteva essere soltanto Cecy, non avrebbe mai potuto esserlo. “E tu cosa vedi?”. Lei, tutti voi, avrebbe voluto dire. “Io vedo me. esattamente come te” disse invece.
Entrambi sapevano che era una menzogna, ma solo lei conosceva quel peso. Lui, forse l’avrebbe conosciuto presto. Forse prima del previsto.
Una preziosa arte perduta - Flavia Buticchi
In un regno dove la cultura è stata cancellata, una biblioteca giace ormai distrutta.
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La biblioteca era stata la prima vittima del Bruto e della sua corte: la principale fonte di conoscenza del regno era chiaramente una minaccia per l’uomo il cui potere si fondava sull’ignoranza e cieca lealtà del proprio popolo. Del mio luogo preferito, ormai rimanevano a malapena le mura, e di conseguenza era il posto preferito per provare ancora l’incantesimo incompleto sul grimorio di mia sorella, che continuavo in qualche modo a sbagliare. Solitamente, invece che la calda luce che danzava dal calderone alla sua mano, qualcosa esplodeva, e non riuscivo a capire perché. Avevo seguito tutto alla lettera, provando abbinamenti su abbinamenti, ma niente. Stavolta, per pure disperazione, avevo usato il mio stesso sangue e il risultato fin un inaspettato e sorprendente fulmine che aveva preso a rimbalzare da una parete all’altra, fino a rompere l’unica finestra rimasta e sparire fuori.
Gemendo per la frustrazione, gettai a terra il grimorio e poi mi feci cadere vicino a esso, combattendo contro le lacrime. Era tutto inutile.
Ironicamente, l’incantesimo per ritrovare ciò che si è perduto era ormai perso, potevo mettermi l’anima in pace.
E in ogni caso, mia sorella l’aveva creato per ritrovare oggetti o persone, non… beh, i ricordi della mia gente. Ricordi di libri, canti ideali. La mia mano scivolò verso il grimorio e lo tirai cautamente sul mio grembo. Lessi la nota che mi era sfigura nel momento stesso in cui un canto esitante, ma potente si alzò fuori si lì.
“N.B. L’incantesimo non potrà funzionare fino a che lo stregone non ricorderà come sognare.”
Timeless Love - Alice Rozzati
Londra, 2015
Si passò una mano fra i capelli arruffati, gli occhi ancora lacrimanti dall’ultimo sbadiglio e la voce impastata dal sonno. La mattina era proprio una brutta bestia.
Una tazza era stata lasciata sul tavolo; il ragazzo la afferrò senza guardare cosa ci fosse dentro, lo sapeva già: caffè. Avrebbe dovuto riscaldarlo, ma non ne aveva voglia. Vicino alla tazza, sotto il coperchio trasparente di un porta torte, erano posizionati dei muffi: cioccolato, vaniglia e… lo avvicinò al naso, per riconoscerne l’odore. Lampone. Lo rimise a posto con una smorfia e ne prese uno al cioccolato. Meglio sì. C’era anche un bigliettino che diceva: “Sono uscita per tu sai cosa. Spero la colazione ti piaccia”.
Le labbra di Cameron si sitrarono in un sorriso.
Socchiuse gli occhi desiderando poterla avere accanto a sé, ma sapeva per quale motivo fosse uscita così presto.
Ma Layla era sempre stata mattiniera, indipendentemente dalla motivazione, fin da che ne avesse memoria. E ormai gli anni erano parecchi.
Ricordava come se fosse stato ieri il loro primo incontro: lui uno studente di 7 anni con un problema particolare, lei una professoressa meravigliosa. Della sua materia preferita poi, E Layla aveva scelto lui a volte se ne stupiva ancora. Adesso, che aveva ormai superato i 30. Adesso, che comprendeva le parole di Layla a pieno. Per anni erano stati la coppia perfetta, mozzafiato. Ora i tratti della giovinezza stavano abbandonando il viso di Sam, mentre quello di lei rimaneva immutato.
“Un giorno odierai avermi accanto” gli aveva detto, lui non le aveva mai creduto. Adesso capiva, e se ne rammaricava. Non avrebbe mai potuto odiarla, l’amava troppo ed era facile amare Layla; ma capiva. Era perfetta sotto ogni aspetto altro che Mary Poppins. D’altronde, era uno dei tratti dei vampiri.
Lui invece, più andava avanti più era difficile riprendersi dagli effetti della luna. Era più stanco, più stremato, e ci metteva più tempo a rimettersi in sesto dopo le trasformazioni. Non scherzavano quando dicevano che i mannari vivevano poco e male. Prese un morso del muffi, per scacciare i pensieri, quando sentì la porta aprirsi.
– Ehi, ma sei sveglio! E io che pensavo di trovarti ancora a letto! – Layla gli sorrise, e il cuore di Cameron fece una capriola. I capelli azzurri erano sfatti, le guance tinte di un dolce rose, entrambi indicatori che la caccia fosse andata a buon fine. Quante volte si era svegliato senza di lei. Quante volte aveva avuto paura che non tornasse. E quante volte l’aveva dovuta lasciare.
Ma si erano sempre ritrovati, e sempre sarebbe successo.
– Beh, a questo si rimedia facilmente – risposte, e con sin movimento rapido l’afferrò e la trascinò in camera da letto. Loro e basta. Cameron e Layla.
L'acqua non uccide, quello che nasconde sì - Anna Fracasso
Le leggende parlano chiaro. Mai avvicinarsi a quell’isola. Si narrava di creature dalle fattezze fintamente splendide che portavano i marinai a schiantarsi con le barche sugli scogli per poi nutrirsi di loro. Puttanate.
Non esisteva nulla del genere.
Correnti. Semplicemente fottute correnti. Traditrici, e una volta compreso il fatto, navigare oltre lo stretto vero l’isola. Ormai nascondo i miei tesori lì da anni. Quello che non mi aspettavo era che, come sempre, ciò che diventa troppo facile si tramuta rapidamente in una trappola.
Come al solito navigavo verso il mio rifugio, io al timone, l’acqua meno incazzata del solito così gli altri remavano tranquilli. La luna illuminò uno scoglio rimandandomi un bagliore perlescenze… sembrava quasi come vedere un branco di pesci illuminati dalla luce del sole.
Mi voltai verso la fonte della luce, gli altri erano distratti dai loro doveri, e la vidi. Chiaramente. Mi fissava. Stupenda e letale al tempo stesso. Non fece nulla, ma qualsiasi cosa volesse da me era meglio se mi fossi adoperato a procurargliela o sarei morto. Questo era certo.
L'odore della morte - Matteo Riu
In un lugubre cripta di un cimitero.
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Odore di decomposizione. Disgustoso, ma non è che un cimitero potesse profumare di rose. Se poi al ripugnante olezzo di carne morta, si univa il tanfo umido della muffa che infestava la cripta il risultato era una peculiare quanto rivoltante miscela che non riusciva a lasciare indifferente nemmeno il naso di Ackerly.
Persino il giovane necromante era costretto a coprirsi il naso con un lembo del mantello scuro che copriva la sua intera figura, nonostante fosse abituato a scavare a suon di badilate le zolle dei cimiteri. Ma per quanto la situazione fosse sgradevole era ben peggio la prospettiva di essere catturato e torturato dal manipolo di cittadini tanto irritati quando analfabeti al suo inseguimento.
Dovevano essere stufi di trovare depredate le tombe dei loro “cari”, lasciati a marcire in quel campo di patate. Sospirò, rassegnandosi a dover attendere un bel pezzo là dentro, quando sentì un rumore di passi, seguito dallo schiocco delle torce e il tintinnio di forconi. La folla di bifolchi doveva aver trovato la porta aperta, proprio come lui. E mentre si esibiva in una smorfia di disappunto da manuale, iniziò a contare le sue opzioni con le mani, contandole con le dita come un bambino: avrebbe porutuo fingersi perso, oppure appiattirsi contro un muro immedesimandosi in una macchia di muffa, o ancora fare il morto. Scosse la testa, pensando a come morto lo sarebbe stato davvero senza una soluzione.
E anche se non gli piaceva, poteva fare solo una cosa: chiudersi nel sepolcro di pietra alle sua spalle, in ottima compagnia del cadavere marciante. Doveva sperare che la superstizione dei villici e soprattutto la puzza tenessero distante la folla inferocita.
E la fortuna sembrava non aver abbandonato Ackerly, visto che lo stratagemma funzionò ed il cadavere si rivelò persino un amabile cantastorie. Un compagno provvidenziale visto che rimase con lui fino all’alba. Tuttavia la fortuna non fu l’unica cosa a non abbandonarlo, infatti, la puzza gli rimase incollato addosso per ben 3 settimane, periodo in cui non potè avvicinarsi a nessun centro abitato. Un vero peccato visto che dopo quell’esperienza aveva proprio bisogno di una buona bevuta.
Gelo solitario - Mariarosaria Vaccaro
In una biblioteca distrutta, un drago che non riesce più a volare.
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Jenny era un drago. Un drago molto sexy.
Soleva passeggiare nel suo terreno nei pomeriggi assolati. Visto che nessuno veniva mai a fare visita ad un drago, il suo passatempo preferito era leggere nel suo castello. Leggeva di stupende fanciulle rinchiuse in una torre e baldi cavalieri che cercavano di salvarle dal malefico drago… e la sua parte preferita era quando il drago faceva uno spuntino. Tuttavia questa vita era molto solitaria e ogni tanto – ma solo ogni tanto – Jenny si annoiava. Per cui un venerdì mattina decise di spiccare il volo con un solo obiettivo: radere al suolo tutto. No, scherziamo! Voleva cercare altri libri da leggere e compagnia… o una merenda. Partì verso nord alla ricerca della più grande biblioteca del Canada, di cui aveva letto. Volò, ma faceva freddino… e le ali si congelarono a circa 35 metri da una torre cittadina. Cadde. Cadde con un profondo tonfo proprio sopra una grande struttura in legno. Jenny pianse pensando di essere atterrata sulla sua agognata biblioteca. Ma si scoprì che era solo la casa del sindaco. Jenny era felice perché aveva ottenuto ciò che desiderava: moli libri e una merenda (il sindaco morto).
Senza titolo - Francesco Guglielmi
In una cittadina sul confine nella guerra tra due regni, un ricercato cerca vendetta.
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Buonasera lettore, se questa lettera è arrivata a te significa che hai due scelte:
Prima scelta, sai cosa è successo ma lo tieni per te.
Seconda scelta, sai cosa è successo, spargi il verbo.
Io sono Zaccaria, un arciere abile ma non abbastanza per non essere arrestato, la mia storia non parla di me, ma bensì di un altro uomo, qua lo chiamavano martello silente.
La sua storia ha inizio con questa guerra insulsa tra il regno di Hustilain e il regno di Zagara. Una guerra alla conquista delle colline e dei corsi d’acqua pe fil futuro commercio marittimo nel paese di confine distrutto dalla corruzione della guerra.
Qua un uomo si mise contro gli eserciti del regno vincente Hustilain, assoldando uomini e donne per impedire il massacro dei cittadini. Bloccava convogli, impediva spostamenti, bruciava avamposti ma ciò fece solo spostare il conflitto a Roccapietra.
L’uomo in questione era Robert, un possente uomo forgiata dalla forgia dei fabbri di Roccapietra.
Il suo ostacolare Hustilain lo rese ricercato ma la sua cattura era resa dura dalla sua abilità di stratega e dal numero di alleati che aveva assoldato.
Ma Hustilain fece strage dei suoi raminghi lasciando vivo solo lui e lo imprigionarono costringendolo ai lavori forzati.
Dopo 3 settimane non parlò si pensava avesse perso la voce dopo la sanguinaria battaglia che gli costò tutta la sua gilda.
Furono i soldati di Hustilain, a porre fine alla sua resistenza, ed essi vinsero la guerra di Roccapietra.
Passate le 3 settimane lui afferrò un martello e fece morte di ogni soldato delle forze di Hustilain.
Fu lì che lo conobbi e lui conobbe me, Zaccaria, per gli amici Zac.
Robert: “Pensavate avessi perso la voce!, avessi perso tutto!, no! Ho perso Roccapietra!, ho perso i miei compagni! ma ho sempre voi da sotterrare”
E con la furia omicida con un martello uccise tutte e le 11 guardie.
Da quel giorno il suo nome è Martello Silente.
Liberò me e altri , una ragazza Hope e suo fratello Sebastian.
Eravamo bloccati nel campo di prigionia per l’estrazione del ferro. eravamo nel blocco 2.
Vicino Roccapietra, la libertà il blocco 1.
Lui ci guardò e disse “eravate dei miei, eravate del verbo?”
Io risposi “sì, arciere Zaccaria” Hope rispose “sì, spadaccina”, Sebastian rispose “sì, io lanciere”.
“Bene ragazzi il verbo è caduto” disse Robert. “Ma io cerco vendetta voglio uccidere il bastardo che ha ucciso Roccapietra il comandante di questo schifoso buco chiamato campo di prigionia. ebbene se volete uscire dobbiamo passare su di lui.”
Noi avevamo davanti Robert. Visto forse una volta, ma credevamo in lui.
Insomma prese le armi alle guardi e ci preparo a morte certa con una durezza che rasenta l’umanità.
infine ci preparò all’ascesa verso l’uscita; sapeva tutto, corridoi, guardie, era stato zitto settimane. Lo credevano scemo, sconfitto e ascoltava tutto, tutto per la vendetta.
Insomma indottrinati partirono all’assalto, la furia era nei suoi occhi nessuno di noi cadde, solo i nemici, fino alla agognata porta.
Lì incontriamo il comandante che aveva preparato una bella trappola a Robert. Ci chiuse nelle stanze antecedenti all’uscita e diede fuoco a tutto.
Le guardie uccidevano tutti i detenuti e avevano ordine di avanzare verso di noi.
Robert impassibile, noi disperati.
Zac: “Robert c’è fuoco ovunque è finita!”
E lui citò la frase che da settimane nessuno udiva già “Non è finita finché non è finita, lo avete dimenticato?!”
Robert replicò “Battaglie impossibili vinte perché vi ho fatto credere che l’ultimo di noi finché sarà in piedi farà battaglia. Noi siamo il verbo, basta uno solo di noi a pronunciarlo e si diffonderà Husitlain deve cadere”.
Alzò lo sguardo e guardò le porte di ferro; ci chiamò tutti lì e disse, “Conosco bene questo metallo, queste porte, le fece mio padre. Vi farò uscire”.
Aprì le porte quanto basta per fece uscire e quando toccò a lui le fece cadere e le bloccò.
Noi cademmo nel panico. “Robert no! Che fai fuggi con noi!” Arrivarono il comandante e le guardie. Li rispose “non posso, vi daranno la caccia, finché sarò con voi. E poi ho la mia vendetta. Ce la siamo cavala molte volte per un pelo, noi siamo l’ultimo rimasuglio di quella speranza.
Quindi preferisco chiudermi fuori e sapervi tutti vivi, che vivere un altro giorno dove uno solo di voi mancherà. Così ora chiudo queste porte e combatterò finché non sarà finita davvero, sapendo però che sarete tutti vivi.”
Afferrò il martello, e corse contro le guardie, urlando “E ricordate non è finita, finché non è finita”.
Combatte come un drago e arrivò ai piedi del capitano, sorrideva nel suo sangue, il comandante alzò la spada e lo uccise.
E noi vigliacchi? No! Noi portiamo ilverbo, questa è la mia storia, la storia del martello silente, la storia di un condottiero, di un sognatore, di un fabbro, che ha impugnato il suo martello per forgiare, difendere la sua Roccapietra.
Ora caro lettore devi scegliere, come ti dicevo all’inizio, qualsiasi scelta andrà bene, perché il verbo si diffonderà sia che parta da uno o che parta da molti…
Chissà dove ti troverai quando cadrà Hustelain, dalla parte del martello silente o dalla parte del regno che bruciato le terre di Roccapietra.

